Che bella età la terza età, ma anche la quarta

Esiste ancora, oggi, l’anziano? In particolar modo nella nostra società, gli anziani, i vecchi, sono sempre inesorabilmente gli altri. Ogni volta che mi è capitato di varcare la soglia di una residenza sanitaria assistenziale popolata da anziani più o meno lucidi e autosufficienti, la prima richiesta che mi sento porre è: “Dottore, mi porti via di qui: è pieno di vecchi!”. Perché i vecchi sono sempre gli altri. Evidentemente come esseri umani ci dibattiamo in una dimensione, estremamente affascinante, a metà tra puer e senex. E oggi più che mai il puer prevale terribilmente, e per certi aspetti anche tragicamente, sul senex.

Le classiche categorie demografiche, sociologiche e antropologiche che da sempre ci hanno permesso di classificare le età delle vita sono evidentemente messe in crisi, secondo me, da un complesso di fattori. Il primo, il più elementare, è quello di natura demografica. Siamo passati da una struttura sociale, che a tutte le latitudini è sempre stata di tipo piramidale (ossia, composta di un grande numero di bambini, un cospicuo numero di giovani, un discreto numero di adulti e un ristretto numero di anziani), a una struttura graficamente rappresentabile come cilindrica, dove il numero di anziani eguaglia, e talvolta inizia a superare, il numero di bambini e giovani sommati insieme. Tale situazione sovverte di fatto, e radicalmente, alcune questioni che si davano come acquisite. Solo per fare un esempio, sul piano socio-economico tutto questo destabilizza drasticamente quei sistemi previdenziali, come il nostro, basati sul subentrare contributivo dei giovani rispetto agli anziani. Oggi questo sistema s’interrompe per una ragione oggettiva, legata a un dato demografico prima ancora che sociologico, che va a determinare cambiamenti radicali a livello di funzionamento sociale. Se a questa vogliamo aggiungere un’altra considerazione di tipo quantitativo, mi permetto di ricordare quella che chiamerei la legge del 7%, ossia il tasso d’incremento medio di crescita della spesa annuale sociale e socio-assistenziale nelle società industriali e post-industriali europee e nordamericane. Questo significa che, in sistemi di welfare avanzato, la spesa socio-assistenziale e sanitaria ha ogni anno un tasso d’incremento del 7%, che non può essere controllato con alcuno strumento di fiscalità ordinaria tra quelli ereditati dalla società piramidale, con effetti a medio-lungo termine che non riusciamo a prevedere.

Se è vero che dobbiamo occuparci della quarta età, come ci occupiamo di tutte le età della vita, è altrettanto vero che il problema dei problemi, nella legge del 7%, ciò che rischia davvero di far collassare il nostro sistema di previdenza pubblica, è che oggi l’aspettativa della committenza sociale nei confronti della medicina è niente meno che l’immortalità. L’immortalità del corpo, per cui non v’é spesa che non sia giustificata e giustificabile. Ciò ribalta radicalmente l’antica mentalità, per cui il medico veniva chiamato, soprattutto nel caso degli anziani, al momento dell’exitus, cioè alla fine della vita. Oggi, invece, nella terza e quarta età, la spesa sanitaria in termini diagnostici e terapeutici cresce in modo esponenziale; poiché in tutte le età della vita, vi è un’aspettativa quasi mefistofelica di immortalità nei confronti della tecnologia medica. Non c’è intervento che non valga la pena di tentare, anche dopo gli ottant’anni; non c’é esame diagnostico precoce che non valga la pena di eseguire anche a novant’anni; non c’è farmaco, per quanto costoso, che non debba essere utilizzato anche nella quarta età. Tutto ci appare ovvio. E ogni tentativo d’introdurre elementi di razionalizzazione, almeno nella nostra cultura cattolico-latina, urta giustamente le nostre coscienze. Quando gli anglosassoni ci spiegano che, nel loro sistema, non si opera un ultrasettantenne obeso, diabetico e fumatore a spese del servizio sanitario nazionale, noi -da buoni post-illuministi e post-razionalisti- ci scandalizziamo, perché le forme della statistica e l’arida dittatura del numero collidono con la nostra coscienza intessuta di libertà, e il tentativo di applicare i criteri della razionalizzazione e dell’ottimizzazione costi-benefici ci lascia sgomenti quando abbiamo di fronte una persona sofferente.

Il rapporto tra spesa sanitaria, stato sociale e aspettative di vita si prospetta già oggi come una delle grandi questioni pubbliche, e ci porterà inesorabilmente a rivalutare la centralità della persona. E la centralità della persona si basa anzitutto sul mistero dell’incontro e dell’intersoggettività. Sul mistero di un Io che si fa Tu, sull’incontro tra persone diverse che, al di là delle pianificazioni, delle quantificazioni e delle razionalizzazioni, si incontrano e si offrono reciprocamente affetto, empatia, solidarietà. L’agenzia fondamentale, che fino a oggi ha funzionato nella storia dell’umanità per rispondere a queste esigenze, è stata ed è la famiglia: un’agenzia pre-statale, arcaica e indispensabile, un tempo famiglia patriarcale e realtà transgenerazionale in cui i giovani convivevano insieme a bambini e adulti. Forse anche talvolta si lottava, si competeva tra fratelli e cugini per un pezzo di cioccolata, e in tempi più remoti, anche per un pezzo di pane.

Oggi incontriamo invece quasi solo più contesti in cui attorno a un solo bambino, destinato perciò a rimanere puer eterno, si alternano quattro nonni, sette zie e una valanga di adulti, tutti in competizione tra loro per l’amore di questo pupone divinizzato (quando una volta, invece, erano i tanti bambini a contendersi le attenzioni dei pochi seniors della famiglia). E’ chiaro allora che le prospettive mutano drasticamente. Così l’anziano oggi non può più contare sulla forte rete solidaristica intessuta dalla famiglia d’appartenenza, perché pochi elementi difficilmente riescono a costituire una rete. L’anziano, nel momento in cui perde l’autonomia, viene allora delegato sempre più spesso a realtà atipiche che rattoppano le carenze del nostro welfare, come le badanti: donne extracomunitarie che lasciano i propri figli piccoli nel paese d’origine, per venire qui a produrre reddito occupandosi dei nostri vecchi, che noi non possiamo più accudire, perché noi stessi -a nostra volta- troppo impegnati a produrre reddito e a fronteggiare un sistema di consumi insostenibili. Ma, alla fine, questo sistema che non sappiamo quanto ancora potrà durare (ad un certo punto il flusso delle extracomunitarie rallenterà e contemporaneamente il costo del loro lavoro aumenterà), produrrà -come tutte le cose asimmetriche- un rebound al quale dobbiamo essere preparati. L’assistenza si delinea quindi come un tema cruciale per il presente e il futuro; e non a caso, anche da un punto di vista psicologico, se chiedete a cento anziani over 80 qual è la cosa che temono di più, nella maggior parte dei casi vi sentirete rispondere cose come perdere l’autonomia, dipendere dagli altri.

La nostra societò post-taylorista e fordista ci ha educati a un’idea folle dell’autonomia. E il giusto complemento urbanistico di questo pensiero sono le villette a schiera tutte uguali, con un giardinetto davanti e uno dietro, e un grazioso cancelletto che ci divide dai vicini e dalla strada. Se pensiamo a com’erano costruite invece le case di una volta, la classica cascina con una corte intorno, ci rendiamo conto quanto era favorita la comunicazione e l’interazione tra le varie famiglie. Oggi per fare il buon vicinato siamo costretti a ideare veri e propri programmi educativi: per insegnare alle persone a sincerarsi se il vecchietto che vive nell’alloggio a fianco è vivo o morto nel mese di Agosto, occorre escogitare un progetto europeo riccamente finanziato. A questo punto arrivati, secondo me, è necessario sollecitare una grande rivoluzione culturale, insegnando ai nostri figli, ai bambini e agli adolescenti, a superare questa idea astratta, crudele e nevrotica dell’autonomia. Perché non siamo mai monadi isolate, ma viviamo in una dimensione comunitaria in cui la relazione affettiva è il momento fondamentale dell’esistenza, in cui tutti dipendiamo da tutti, soprattutto alla terza e quarta età.

Come essiccare l’ortica selvatica

Vi vorrei parlare di una pratica, quella dellessiccazione, molto diffusa tra coloro che coltivano o raccolgono piante e frutta, ed in particolare volevo descrivere come procedere per essiccare lortica selvatica. Raccogliere e consumare le piante selvatiche è una pratica molto interessante, sia per i luoghi che ci porta a frequentare che come filosofia dellauto-consumo. Il normale sviluppo in Natura delle piante selvatiche, non forzate dallessere umano a produrre fuori stagione, segue un andamento incostante in base al clima e alla varietà di piante che ci interessa. Troveremo quindi una pianta selvatica in abbondanza per un periodo limitato di tempo, quello in cui sarà fruttuoso il suo raccolto, dopodiché essa non è più disponibile e dovremo aspettare che il suo ciclo vitale ricominci. Nel caso dellortica, il periodo giusto per raccoglierla è proprio questo, la Primavera, quando spunta vigorosa e abbondante. Avevo già parlato di come raccogliere questa pianta dai mille benefici, che può avere usi fitoterapici e culinari sia fresca che essiccata. Visto che è il momento in cui possiamo usufruire di questa essenza così importante, possiamo raccogliere una buona quantità di ortica, ma questa deve essere conservata se non vogliamo sprecare inutilmente il nostro raccolto. Per fare una ricetta o una tisana con ortica fresca, saranno sufficienti poche foglie ed essiccarle non avrebbe senso, ma se volete conservare questa meravigliosa erba per usarla durante tutto lanno, ecco come procedere.

Private le piante del gambo utilizzando dei guanti di gomma per evitare la peluria urticante. Potete utilizzare i gambi come fertilizzante per lorto, se avete il contenitore per il compostaggio, altrimenti gettateli nella raccolta dellumido. I gambi di ortica sono un fertilizzante fantastico, visto che hanno il doppio scopo di concimare il terreno e fare da antiparassitario naturale per afidi e ragnetti rossi.
Lavate in acqua fresca le foglie e le cime floreali, sempre usando i guanti in gomma. Anche se il potere urticante dellortica può sembrare un ostacolo al suo utilizzo, vi ricordo che dopo averla sbollentata, essiccata o anche solo lasciando passare 24 ore dalla raccolta, questo perde di efficacia e potrete maneggiare le foglie senza nessuna paura.
Le ortiche hanno foglie molto sottili e quindi seccano velocemente, sopratutto utilizzando un essiccatore. Dopo aver lavato le foglie, passatele nellasciugatore per insalate e poi stendetele con cura sui vari strati dellessiccatore, che lascerete acceso per 2-3 ore.

Se non possedete un essiccatore potete seccare le foglie anche in maniera più spartana. Un ottimo metodo, dopo che le avrete asciugate come una qualsiasi insalata, è metterle in un sacchetto di carta chiuso che non le comprima e lasciare questo fagotto vicino ad una fonte di calore come il termosifone, se li avete ancora accesi per lultimo freddo, oppure appeso fuori dalla finestra per qualche giorno.
Un altro metodo altrettanto valido è quello di stendere le foglie in casa su un canovaccio e lasciarle alla luce del sole. Sinceratevi in questo caso di non avere spifferi daria o finestre aperte perché, una volta seccate, le foglie diventeranno leggerissime e si sparpaglieranno al primo alito di vento. Una volta che le ortiche saranno essiccate, potete conservarle per mesi in barattolo; per risparmiare potete usare vecchi barattoli di marmellata. Lavate con cura i barattoli per evitare che il precedente contenuto ammorbi il sapore delicato dellortica e sinceratevi che siano ben asciutti prima di riempirli, altrimenti rischiate che la pianta sviluppi della muffa se viene in contatto con lumidità del barattolo. Sistemate i contenitori in un luogo adatto, come fate con qualsiasi altra essenza, ed utilizzate lortica per preparare infusi, ricette o tinture per capelli.

Certamente usare erbe selvatiche è una pratica interessante, sia per quanto riguarda la conoscenza delle essenze che se ne possono ricavare, sia per lattenzione che porta verso lauto-consumo ma vorrei esortarvi a non esagerare con le quantità: è vero che lortica cresce abbondante e praticamente ovunque, non è una specie a rischio e si può raccogliere senza remore, ma è altrettanto vero che la Natura deve sempre essere salvaguardata. Se pensate di preparare un infuso ogni tanto, non occorre che estirpiate tutta lortica che incontrerete nella vostra zona, cogliete un quantità adeguata e seccate tutte le foglie e le infiorescenze che avete scelto. E se non riuscirete a consumare tutta lortica secca che avete preparato, non sprecatela! Regalatela ad un vicino, ad un amico o ai vostri genitori, spiegando loro quanto sia importante il suo consumo e quali siano i suoi benefici. In questo modo contribuirete a diffondere un messaggio importante, quello di vedere la Natura come alleata dellessere umano invece che come nostro nemico giurato.  E quale modo migliore di fare questo se non attraverso il dono? Regalate le vostre piante, offrite agli altri le vostre conoscenze e cercate di imparare da loro cose nuove. Scoprirete che è bellissimo donare qualcosa che non è stato acquistato con i soldi ma in cui avete messo le cose che sembrano essere più rare e importanti di questa epoca: il vostro tempo e la vostra attenzione.